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UN PEZZO DI STORIA

da | Gen 8, 2022

Nella storia del mondo occidentale, gli anni Sessanta e Settanta del ventesimo secolo rappresentano un momento di svolta epocale; spesso questo periodo viene caratterizzato con il Sessantotto, l’anno in cui le tendenze alla svolta si sono rese palesi, l’anno della “rivoluzione culturale”. A distanza di più di trent’anni, ci si può chiedere che cosa abbiano significato quegli eventi nella storia di ognuno di noi e nella storia del mondo occidentale, in particolare in quella del nostro Paese. Ci si può anche chiedere che cosa ne rimane nello scoutismo di oggi, e quale funzione quegli eventi abbiano avuto nella crescita dello scoutismo degli adulti.

UN PEZZO DI STORIA

SESSANTOTTINI E ROVER SCOUT

Coloro che erano stati rover e scolte negli anni Cinquanta e nella prima metà degli anni Sessanta, dopo avere preso la Partenza, cercavano di costituire forme di aggregazione caratterizzate da un forte impegno di tipo sociale – politico e da posizioni religiose d’avanguardia. Le aperture del concilio Vaticano II non erano ancora entrate nella realtà della Chiesa italiana. In molti Clan si cantavano le canzoni di Valeria Marini e i canti di protesta contro la guerra in Vietnam; si facevano uscire dall’Isolotto di Firenze, o da Barbina da don Dilani, o ai campi di Clan in Sicilia, per incontrare Danilo Dolci.
In quegli anni si incomincia anche a parlare di volontariato, anzi di “servizio volontario”, in Italia e nei paesi in via di sviluppo, e di obiezione di coscienza. Chi da giovane ha vissuto quel periodo, lo ricorda come una stagione di grande speranza, vissuta nella consapevolezza di un grosso fenomeno che stava per esplodere.
Il Sessantotto fu l’anno della “primavera di Praga” e del “socialismo dal volto umano” di A. Dubcek; fenomeni ben presto travolti dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia e dei Paesi dell’Europa dell’Est.
Mentre in Francia, in Germania Federale, in Italia si diffondeva la contestazione al “potere capitalistico” e all'”autoritarismo borghese”, nei Paesi socialisti veniva soppressa dalle armate dell’Unione Sovietica ogni forma di autonomia e ogni tentativo di liberalizzazione, a cominciare dalle associazioni scout da poco risorte.
A partire dai primi mesi del Sessantotto, vi fu in tutta Italia una serie di scioperi, l’occupazione di quasi tutte le Università italiane e di molte scuole secondarie superiori. Anche l’ASCI e l’AGI prima e l’AGESCI a partire dal 1974, risentirono di questo clima. Alcuni clan di rover facevano l’uscita mensile nelle Università occupate, pernottando col sacco a pelo, per “partecipare” al fenomeno contestativi; per molti, anche se non per tutti, l’uniforme scout, la Legge e la Promessa erano solo un ricordo della fase “imperialista” dello scoutismo. Il linguaggio dei campi scuola e delle riunioni di capi divenne il “sinistrese” in cui le parole chiave erano “autocoscienza”, “spazio politico”, “alternativa”, “movimento”.
Nelle sedi era normale vedere, dove prima c’era l’immagine di Baden-Powell, la foto del “Che” Guevara, accanto a scritte che inneggiavano alla lotta armata. L’uniforme diveniva per molti un’occasione per travestirsi da “feddayn”.
Come reazione a tale atteggiamento nasceva in quegli anni l’Associazione Guide e Scout d’Europa Cattolici, aderente alla Federazione dello Scoutismo Europeo.
Esiste certamente un intreccio tra le istanze conciliari ( il concilio ecumenico Vaticano II si era concluso solo tre anni prima) e quelle sessantottine; è possibile mettere in evidenza alcuni punti salienti, sollevati dal concilio ma messi in evidenza dal Sessantotto, e in diversa misura fatti propri dallo scoutismo e dalle comunità di adulti:
1) povertà della Chiesa, personale e collettiva;
2) presenza politica: in quegli anni tutti “facevano politica”, almeno come scelta di campo (tutto è politica, la politica è tutto). L’affermazione “noi non facciamo politica” equivaleva a porsi “fuori” dal sistema;
3) coerenza con il Vangelo, come trasparenza, bisogno di autenticità, di spontaneità.
La cultura del ’68 era dominata dalla persuasione che la realtà si potesse facilmente cambiare, bastava cambiare i principi e i valori tradizionali con principi e valori di matrice marxista – maoista. Si metteva in discussione il carattere di neutralità dell’educazione, a cominciare dalla scuola e dallo scoutismo, e ogni proposta educativa era vista in funzione dell’agire: il fine era la trasformazione globale dell’esistente.
Nel quadro qui parzialmente delineato, le comunità MASCI rimanevano un po’ a guardare, anche quando nel 1974 ASCI e AGI decisero la fusione nella nuova AGESCI. Lo spirito sessantottino, a differenza di altri Paesi d’Europa, impiegò qualche tempo a decantare e rimase a lungo nell’atteggiamento di molti capi scout. E a questo periodo risale forse una certa incomprensione fra comunità MASCI e capi AGESCI, che continuò nei decenni successivi.
In alcune località, i rover scout (così erano chiamati i rover dopo la Partenza e lo sono ancora in associazioni come l’FSE) si erano riuniti in comunità, più o meno collegate fra loro e composte da persone che in quegli anni erano alle prese con l’inserimento professionale e con la costruzione di una famiglia. Queste comunità, negli anni Sessanta, rappresentavano punte d’avanguardia nel panorama associativo italiano (ad esempio i gruppi Persona e Comunità, nati sul modello della Vie Novelle francese, e diffusi a Lucca, Milano, Varese). Negli ultimi anni post-sessantotto, questa generazione fu in breve tempo “bruciata in volata” dai ventenni che, uscendo dalle Università, portavano con loro la “contestazione globale”. Forse, da questo essere stati bruciati in volata, o dall’essere stati in anticipo rispetto alla generazione post-conciliare, ma in ritardo rispetto alla generazione della contestazione, risale il disimpegno di questi rover-scout e la diffidenza verso tutto ciò che avesse l’attributo politico da parte di molti adulti.
Tratto da: “Adulti scout: in cammino per tutta la vita”
Di Gabriella e Paolo Linati, ed. San Paolo

GIUNGLASILENTE:

ci rendiamo perfettamente conto che lo stralcio sopra riportato è davvero molto forte, ma allo stesso modo è terribilmente attuale.

Va subito detto che il rapporto scoutismo – politica non è più così intrinseco, ma va anche detto che ancora troppo spesso si vedono gruppi scout che si mischiano a folle di dimostranti organizzati in connotazioni e schieramenti partitici…

Non vogliamo di certo criminalizzare il “far politica”, né; le fazioni partitiche: far politica è certamente uno dei modi per far parte attiva della società, per interagire con la pòlis, per dare il proprio personale contributo, qualsiasi sia il pensiero o la vocazione: quando le idee vengono espresse civilmente, tutto è valido, lecito e consentito.

Ma lo scoutismo ha una propria identità completa che non ha bisogno di alcuna interferenza ideologica che ne rovina solamente il disegno e la potenzialità educativa: nello scoutismo c’è religione, amor di Patria, amor fraterno, educazione, discernimento. Tutto quello di cui un educando ha bisogno. Anche politicamente, lo scoutismo non rimane a guardare: esso forma la coscienza individuale e la capacità critica, il saper pensare con la propria testa, il saper prendere delle decisioni importanti (dice nulla la forcola dei rover?).. Poi, la decisione politica vien da sé;: non c’è bisogno di indottrinare: è scorretto e limitativo e non dà spazio alla critica della persona.

Abbiamo bisogno più che mai di uno scoutismo sano e genuino, atteso che ormai è assodato che esso non ha velleità colonialistiche o para militari, che non è di destra o di sinistra. Lo scoutismo va al di sopra di questi materialismi umani e si innalza con la strada che segue il Vangelo, l’unico, consentiteci la battuta, “buon partito”…

 

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