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“OCCHI DI FEDE”

da | Gen 7, 2022

Aveva già quasi 80 anni… Scherzosamente, noi giovani rovers lo chiamavamo “nonno Matusa”. Ma quel vecchio Matusa, due anni fa, a novant’anni suonati, prese un giorno i miei Lupetti e li azzittì con un sol gesto. Vidi le loro bocche aprirsi ed i loro occhioni sgranarsi. Con un solo dito, che librava in aria, in un attimo li conquistò.

Scrisse anche un libro autobiografico, intitolato “storia di un cattivo”: un grosso volume che parlava della sua vita, con aneddoti di Fede incredibili. A tutti noi disse di averlo scritto perché glielo aveva dettato la Madonna. So che può far sorridere, ma a conoscerlo non era affatto, come si suol dire, un “vecchio un po’ matto” o poco lucido: di lucidità ne ha avuta fino all’ultimo e, perdonatemi, io alle sue parole ci ho sempre creduto.

Era il Vecchio Lupo nero di Foligno, sdentato, ricurvo, con i peli bianchi di una vita passata in caccia: già da molto aveva mancato il suo balzo, ma ad ascoltarlo incantava gli animi: fu nella pineta della “Madonna degli Scouts” di Passignano che lo incontrai, ben 15 anni fa.

Il mio fratello Lupo Grigio me ne aveva parlato spesso e più volte mi aveva promesso che me lo avrebbe fatto conoscere … E così fu: rimembro che arrivò nella metà mattinata di un afoso pomeriggio di tarda primavera, nel mentre officiavamo la messa del San Giorgio.
Prese la parola: mi rimase impresso il suo cappellone a larghe falde tutto spiegazzato, segno di una vita vissuta – vita scout ovviamente. Parlava con voce pacata e soave, come di un uomo che avesse incontrato Gesù fisicamente e che con lui si fosse stretto in un caldo abbraccio: dai suoi occhiali, grandi e rettangolari, con le lenti spesse, facevano capolino due occhi azzurrissimi, accesi d’amore.

“OCCHI DI FEDE”

RICORDO DI ALBERTO RONDONI.

Parlare della sua storia in breve? Non ne sarei in grado: io sono solo un fratello scout dell’ultima ora: bisognerebbe sentire vecchi scouts come Lupo Grigio che ci è cresciuto insieme… Ma, nello scartabellare in un polveroso archivio, è saltata fuori una lettera che anni fa Alberto mi scrisse, una sorta di curriculum, in cui tratteggiava i punti salienti della sua vita scout:

“Sono nato a Foligno il 15 Maggio 1914 ed ho risieduto a Frosinone dal 1916 al 1931.
Nel 1923 – mese di Settembre fu fondato a Frosinone il Gruppo Scout ed io ne feci parte come “lupetto”.
Nel 1925 salii al Riparto e vi rimasi fino al 1928, quando la dittatura fascista soppresse lo scoutismo.

Raccolsi tutti i miei tesori costituiti dalle fotografie, dalla tessera, i sacri testi, le due fibbie, una cartolina con i due principali canti scouts: “Passa la gioventù” e “Se vuoi essere un garzone”, alcuni distintivi; misi tutto in una scatola che consegnai a mia Madre con l’incarico di custodirla.

Ritornato in famiglia a Foligno dove nel frattempo la mia famiglia si era trasferita, nel settembre del 1944 fondai il 1 Riparto scout con sede nell’Istituto S. Carlo e, quasi contemporaneamente, il 1 Riparto guide con sede in altra Parrocchia.

Fui il vincitore del 1 concorso indetto dall’ASCI per la rappresentazione della Legge scout in forma ideografica (vedi numero di settembre 1946 dell’ “Esploratore”).

Fui il responsabile regionale del contingente umbro al convegno nazionale di Villa Molinario a Roma, al quale partecipai con tutto il mio Riparto.

Nel 1947 andai a Colico per frequentare il corso di 1 tempo per capi branco … Fui nominato incaricato regionale per la 1 branca.

Nel 1949 frequentai il Campo scuola di 2 tempo per Capi Branco, diretto dallo stesso Akela d’Italia Fausto Catani a Castelfranco Veneto.

Nel 1950, alla morte dell’allora Commissario regionale, il Conte Conestabile della Staffa, malgrado le mie vive reticenze, il Commissariato Centrale volle che io lo sostituissi.

Ma questo destò l’invidia e la gelosia di quel Professore, già Capo Gruppo di Perugia, che io avevo riassunto dopo l’espulsione dall’ Associazione da parte del Commissario Centrale, il quale invece di donarmi un po’ di riconoscenza, mi tradì vergognosamente.

Con il cuore colmo di amarezza decisi di dare le dimissioni ma la rinuncia alla mia amatissima associazione mi procurò un mortale dolore per cui stetti tra la vita e la morte per due giorni all’ospedale oltre ad una lunghissima convalescenza, malgrado l’esistenza della giovane sposa e di due adorabili bambini.

Per 40 anni la mia uniforme è rimasta custodita in una valigia in soffitta, fino a quando il provvidenziale incontro con il Capo Gruppo di Passignano sul Trasimeno, il caro mio fratellino Marcello Lazzeroni, mi ha invitato a rientrare.

Pertanto, da oltre dieci anni faccio parte del Gruppo FSE di Perugia.

Nel 1948 o 1949 partecipai al Convegno Nazionale di Vallonina con una squadriglia di formazione del mio Riparto di Foligno che si classificò al 2 posto su tutte le altre unità.

Partecipai anche al Convegno Nazionale per Capi Unità a Fonte Galera a Roma nel 1951 o 1952.

Durante il governo dell’Associazione fondai il Riparto a Gubbio ed un altro nell’Istituto “Sordomuti” di Assisi diretto da Bellini Giuseppe, ivi precettore, nostro Capo Scout.

Inoltre per tenermi saltuariamente in contatto diretto con tutti i Campi Unità della Regione, fondai il “CLAN DEL FUOCO” con uscite saltuarie nelle varie località dell’Umbria tra le quali: Campello sul Clitunno, Passignano, Todi, ecc…

Tutti gli anni, naturalmente, ho organizzato il San Giorgio Regionale.

Nel 1950, Akela d’Italia, Fausto Catani, mi volle con sé nella Pattuglia Nazionale della 1 Branca.”

Ogni volta che eravamo insieme, tirava fuori una marea di fogli da lui scritti: ogni ricordo che lui mi tramandava, era una lezione di vita.

Si possono ricordare tante cose di un fratello con una vita così lunga ed intensa, ma la cosa che di lui più mi colpì era la Fede: essa trapelava dagli occhi, sgorgava dalle parole, si esprimeva coi gesti, insegnava con l’Esempio. Era in perfetta letizia con Cristo Gesù, tanto che una volta, tantissimi anni or sono, quando ancora non era facile unire il pranzo con il desio, gli chiese se fosse possibile di non doversi più preoccupare di avere l’olio in casa per la sua famiglia. Mentre pregava, bussarono alla sua porta: era un contadino che lo omaggiava con due damigiane di olio: Alberto non credeva ai suoi occhi: non pensò mai ad una coincidenza, ma magari c’era da farlo: da allora, però, ogni volta Gesù trovava il verso di non fargli mai mancare l’olio che gli arrivava a casa, buono, verde, genuino, dalle strade, dalle situazioni e dalle persone più disparate.

Anelava a Dio, pregava di tornare a casa sua, voleva campeggiare nelle verdi vallate del Paradiso: questo fortissimo desiderio lo espresse soprattutto negli ultimi due mesi della sua vita terrena.

Un giorno, Lupo Grigio, in mia presenza, gli telefonò. Alberto fu felice come sempre di sentirlo, ma aggiunse: “carissimo fratellino mio, mi sono fatto ungere con l’olio degli infermi, mi sono fatto dare l’estrema unzione. Non sto male, ma so che tra pochi giorni me ne tornerò a casa. Me lo ha detto Maria”.

Una settimana dopo, la telefonata del figliolo: Alberto era tornato a Casa.

“Non avere paura della morte, Leonardo mio! – mi diceva – Come fa un fiore a nascere e crescere se il seme non muore e macera? Non ti devi preoccupare di questa vita: questa vita è breve, temporanea. Quello che non capisce la gente che si ammazza per ciò che è terreno e sfuggevole, è che si deve preparare invece per qualcosa di importante, di vitale, di cui non si può fare a meno: l’ETERNITA’. E la gente non ha capito quale sia la definizione di ETERNITA’, altrimenti si spaventerebbe e correrebbe ai ripari. Tu sai, Leonardo, quanto è lunga l’ETERNITA’?”

Ebbi un attimo di titubanza: la risposta era lapalissiana, era fin troppo facile: “Alberto, l’eternità è un tempo perpetuo, che non ha principio né fine!”

Alberto: “Ma tu la sapresti misurare?”

Io: “E’ incommensurabile, non è possibile.”

Alberto: “E come fai a comprenderne il concetto se non la sai misurare? Per comprenderne la grandezza, devi prenderne l’ unità di misura, come il millimetro per il metro, ad esempio.”

Io: “Ma se delimiti una unità di misura, delimiti anche l’ETERNITA’, che così non sarà più infinita!”

Alberto: “Dipende…”

Sembrava la conversazione tra due filosofi (Alberto era una persona di cultura e sensibilità profondissime). Dopo un attimo di nuova esitazione, Lupo Nero di Foligno continuò:

“Ti aiuto a trovare l’unità di misura. Poi l’ETERNITA’ te la calcoli da sola:

In una parte remota del mondo, vi è un enorme cubo di ferro: è una montagna di un chilometro di altezza, per un chilometro di larghezza ed un chilometro di lunghezza: un monte cubico enorme, tutto in ferro pieno.

Ogni giorno, su di esso, si posa un uccellino che, dopo il pasto, si pulisce il becco sulla superficie del cubo dai rimasugli di cibo attaccatisi. Il leggiadro strofinio che si crea tra il becco ed il monte, porta via una minuscola ed insignificante parte di polvere di ferro.

Questo avviene ogni giorno che Dio ha messo in Terra.

Quando l’uccellino sarà riuscito a consumare quell’ enorme cubo di ferro nella sua totalità, quando di esso non sarà rimasto nemmeno più un solo granello, allora sarà passato un solo giorno dell’ETERNITA’.”

Questa fu la penultima lezione di vita che Alberto mi dette: l’ultima, me la regalò il 23 Dicembre 2005, a casa sua, in tarda mattinata… Era sul suo letto, in uniforme scout: il suo respiro vitale aveva lasciato il suo corpo mortale già da diverse ore: mi avvicinai, gli accarezzai una mano, lo guardai, recitai un “L’ETERNO RIPOSO” e lo salutai alla maniera scout: la tristezza si affievolì quando notai sul suo viso il sorriso del bambino che, dopo tanto peregrinare per valli e per monti, aveva ritrovato la via di casa e, di lontano, aveva scorto la figura del Padre ad attenderlo fuori dell’uscio.
Carissimi scouts, cercatori di tracce… Vedete…Questa è la traccia che ha lasciato il Vecchio Lupo nero di Foligno su questo Mondo.

 

“Il Vento soffia dove vuole,

senti solo il suo sibilo

ma non sai donde viene

né dove va.

Così è chiunque è nato

Dallo Spirito.”

Giovanni 3,8

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