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Le cinque piaghe della parrocchia: sperando che siano rimaste a cinque…

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Giu 26, 2017 GIUNGLASILENTE 0 Comments

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LE CINQUE PIAGHE DELLA PARROCCHIA

Nel 1848 il presbitero Antonio Rosmini pubblicò un’opera intitolata: “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”, che stimmatizzava i vizi più brutti che appesantivano la barca di Pietro. L’opera fu scritta non per screditare la Chiesa, di cui questo sacerdote era fermamente ed umilmente innamorato, ma per offrire uno spunto di riflessione per migliorare quelle questioni troppo umane e mondane che non rendevano giustizia alla Chiesa di Dio.
Purtroppo le intenzioni di Rosmini non furono comprese e l’opera, assieme ad un’altra, fu messa all’indice. Furono quaranta le proposizioni contestate dal Sant’Uffizio, che nel 1887, col decreto “Post Obitum” firmato da Papa Leone XIII, portarono alla condanna del pensiero del sacerdote perché giudicate “non conformi alla verità cattolica”. Col senno di poi, durante il Concilio Vaticano II, ci si rese conto che Rosmini aveva ragione e il suo pensiero fu pienamente riabilitato. Nel 18 novembre 2007, il povero sacerdote è stato dichiarato beato.
A leggere “le cinque piaghe della Chiesa”, ci si stupisce per come ancora larga parte della disamina di Antonio Rosmini sia attuale.
Nel nostro piccolo, a vivere nelle parrocchie, come Capi Scout siamo testimoni di vizi e virtù delle realtà territoriali della Chiesa: il laicato ora fa parte di diritto (anche se non sempre) in quelli che sono i vari Consigli Pastorali ed aiutano i parroci nella gestione dell’apparato parrocchiale. Ci si rende quindi conto di quante cose non vadano, di quanta cecità insista in tali realtà locali, di quanto vi sia uno spopolamento delle parrocchie per i più svariati motivi, di quanto spesso non si conoscano, nemmeno a livello di clero, certe dinamiche catechetiche, pastorali, sociologiche e psicologiche fondamentali per una più ampia, se non completa, visione ecclesiale.
Testimoni oculari di autentici equivoci e pressapochismi in una data parrocchia che rischia di rimanere schiacciata dalla cecità di un’“amministrazione” (chiamiamola così) completamente al di fuori da ogni concezione di ecclesialità e di logica, come clan di Giunglasilente abbiamo voluto proporre questo studio che sgorga dall’analisi non solo di questa realtà parrocchiale presa a “modello”, ma dall’attenta lettura di due opere così intitolate:
– Le cinque piaghe della parrocchia italiana, di Antonio Fallico;
– La catechesi oggi. Manuale di catechetica fondamentale, di Emilio Alberich.

A scanso di equivoci, al fine di far tacere le bocche di eventuali detrattori, ci teniamo a specificare che Antonio Fallico è un sacerdote di origini siciliane, mentre Emilio Alberich è pure sacerdote e professore di catechetica e pastorale. Non possiamo qui operare un distinguo preciso tra catechetica e pastorale (lo faremo in seguito). Possiamo dire solo che questi due manuali fanno parte di quel fiume carsico di sana volontà di togliere le parti farraginose dai gangli vitali di un sistema ecclesiale che altrimenti rischia di collassare sotto una patina di quella che è comunemente chiamata “tradizione”, ma che non fa parte di quella Tradizione Ecclesiale che invece, si, va difesa.
Non si può essere parroci e non si può essere laici attivi, oggi, se non si riconoscono certe problematiche a livello parrocchiale e se non si cerca di traghettare questa vitale struttura territoriale verso vedute più ampie, che tengano conto delle evoluzioni antropologiche, sociologiche e, perché no, spirituali di un popolo in cammino. Non si può dire: “si fa così perché sono io il parroco” e sostenere che va tutto bene quando tutta la parrocchia ti crolla addosso sia fisicamente, sia umanamente. Deve finire il tempo delle “orecchie da mercante” anche di tanti vescovi che fanno finta di non vedere, per non mettere mano in una piaga purulenta che, prima o poi, si sa, scoppierà. Non si possono trattenere al servizio dei laici a svolgere una pastorale con le conoscenze del catechismo da Santa Comunione o, al massimo, da Cresima. Non si può far fare una catechesi sistematica e ragionata improvvisandosi catechisti ed educatori. Si fa violenza ai ragazzi, specie se adolescenti, il precettarli ad ascoltare ore di catechesi, mentre questi scalpitano per uscire a giocare al sole e poi affermare che: “è meglio che stiano qui, piuttosto che in mezzo alla strada”. Non ci si rende conto che quei ragazzi sono già perduti e che soffrono di rigurgito da “precetto ecclesiale”?
I memento mori non hanno più efficacia e gli strali lanciati dall’ambone sono visti come “fai quel che dico, ma non fare quel che faccio”.
Questa lunga riflessione vuole allora cercare di offrire un contributo per svegliare le coscienze e, purtroppo, in qualche caso, pure qualche cervello.
Proviamoci, quindi…..

Il libro che ci accingiamo a recensire è un ottimo manuale di catechetica, che chiarisce cosa sia la catechetica in sé, in cosa differisca dalla catechesi e in che rapporto stiano tra di esse. Emilio Alberich offre una panoramica molto esaudiente, per un primo approccio alla tematica, fornendo uno stralcio di storia e seguendo gli sviluppi di come è stata intesa nel tempo la catechetica.
Nel percorrere il primo capitolo, che riguarda l’attuale sistema di catechesi nella Chiesa di oggi e della necessità di rivederne i percorsi e gli intendimenti, ci siamo imbattuti in un rimando bibliografico dell’autore, cioè il libro di Antonio Fallico intitolato “le cinque piaghe della parrocchia italiana”, che ci ha colpiti per la lucida analisi del problema, da cui sgorgano una serie di considerazioni. Ci sembra che i due libri siano talmente collegati tra di loro, che non abbiamo potuto fare a meno di recensirli entrambi, al fine di poter rendere più organico il discorso.
Alberich inizia subito con il formulare una certa e non confusa definizione della catechetica: riflessione sistematica e scientifica sulla catechesi, in funzione della comprensione, dell’approfondimento e della conseguente impostazione metodologica nell’azione pastorale. La catechetica si divide in: fondamentale, materiale e formale. La catechetica fondamentale è lo studio delle condizioni e dell’impostazione fondamentale per comprendere sé stessa, al fine di potersi comprendere nell’identità; la parte materiale concerne invece lo studio dei contenuti e dell’articolazione del messaggio; la formale invece concerne le metodologie e gli approcci pastorali. Questo tipo di riflessione fa della catechetica una vera e propria disciplina teologica, perché in maniera sistematica e scientifica cerca di riflettere sul come irradiare il messaggio del Vangelo da una Chiesa in crisi, sclerotizzata nel suo modo di fare catechesi. Se è vero che quest’ultima è antica come lo è la Chiesa, non si può dire la stessa cosa della catechetica, che ha invece una nascita e dei risvolti certamente più vicini al nostro presente, ma che, comunque, maggiormente oggi è impellente, pressante e importante proprio in funzione della catechesi stessa.
La prima analisi che Alberich propone (e che si allaccia con il libro di Antonio Fallico), è quella sulla situazione oggi del processo tradizionale di iniziazione cristiana e della socializzazione religiosa in famiglia e nella scuola. In una società figlia del secolarismo, del positivismo, dello scientismo e delle filosofie del sospetto, la Chiesa (o meglio: le chiese particolari come le diocesi e le parrocchie) si è trovata ad utilizzare gli stessi strumenti ermeneutici e di pastorale, vecchi come è carica di anni la Chiesa stessa. I nostri figli e i nostri nipoti sono iniziati alla formazione cristiana con gli stessi metodi e crismi dei nostri trisavoli.
A molte parrocchie e a molti parroci non è arrivato il fresco vento del Concilio Vaticano II, dove la Chiesa Universale ha riflettuto su sé stessa e sulla possibilità di rinnovare i metodi di evangelizzazione, di iniziazione e di divulgazione del messaggio cristiano. La svolta fu epocale: tutte quelle scienze che a causa della concezione scientista, la Chiesa aveva fino a quel momento aborrito, ora erano viste con un occhio diverso: scienza e fede non solo non erano nemiche, ma potevano illuminarsi a vicenda.
È specialmente in questo proficuo periodo che la teologia vide una grande opportunità nell’avvalersi delle cosiddette “scienze ausiliarie”. In un mondo che aveva ripensato a sé stesso sul concetto di pedagogia, con nuovi e vincenti metodi educativi (sulla necessità della fondazione di nuovi metodi c’erano arrivati una teosofa come Maria Montessori e un protestante come Baden Powell, che nemmeno era un pedagogo), non si poteva pensare alla catechesi con concetti vecchi di secoli.
Un bambino (o un ragazzo) che è stato tutta la settimana seduto davanti a dei banchi, che ha avuto a che fare con dei precettori e con il consueto metodo “frontale”, che ha dovuto portarsi dietro libri, penne e quaderni, che ha sostenuto delle interrogazioni e dei compiti in classe, dovendo lottare contro il brutto voto e il rischio di esser bocciato, non può vedersi nuovamente “buttato” in un contesto ecclesiale dove il metodo dell’iniziazione e del catechismo sono le sedie, i banchi, i libri, le penne, i quaderni, le interrogazioni, i compiti in classe, il brutto voto e il rischio di non essere ammesso alla comunione o alla cresima.
Il contesto dell’obbligatorietà è il medesimo, con la differenza che nel mondo secolarizzato e sempre più competitivo, la scuola è necessaria, mentre il sacramento offerto dalla Chiesa, al limite, può anche essere evitato. Se dopo le scuole superiori ci si pensa un po’, sulla decisione se entrare subito nel mondo del lavoro o se perfezionare le proprie conoscenze all’università, dopo la cresima, cosiddetto “Sacramento dell’addio”, a salutare la parrocchia non ci si pensa due volte: addio, parrocchia “giudicona” e criticona, addio catechisti antipatici, addio parroci così lontani dal mondo reale, addio mondo ecclesiale noioso, monotono, immutabile e nemico delle spinte vitali giovanili!
Alla novità del metodo ermeneutico didattico della scuola italiana del 2015, certe parrocchie rispondono con l’ammuffito schema del “Libro Cuore”, con la figura del maestro non tanto amorevole come nel libro.
Non utilizzare le armi della psicologia, della pedagogia, della didattica e i nuovi strumenti messi a disposizione, significa andare incontro a quelle criticità denunciate tanto da Alberich, quanto da Fallico. Alberich infatti parla del paradosso della crisi della pastorale sacramentale, della precarietà della catechesi degli adulti, della separazione tra fede e cultura e crisi del linguaggio catechistico, dell’insufficiente preparazione dei catechisti, degli agenti pastorali e dei sacerdoti. Alberich rileva inoltre altre importanti criticità, che sono: la religione vista come realtà deprezzata nella società secolarizzata, la religione vista come scelta tra tante in una società pluralista, la religione “in-significante” nel contesto di separazione tra fede e vita, tra fede e cultura, la religione vista come realtà fluida, virtuale, frammentaria e realtà spettacolo nella società mediatica. A tutto questo, molte parrocchie non riescono a rispondere, perché manca la necessaria riflessione catechetica, da cui necessariamente sgorga la catechesi.
Le parrocchie di oggi (molte, non tutte) vivono in contesti di “emergenza” (come li chiama Antonio Fallico), dove c’è molto da fare e dove non c’è né tempo né spazio per una programmazione seria, frutto di una consapevolezza metodologica, pedagogica e didattica. I parroci non si fidano dei nuovi metodi e spesso ignorano gli insegnamenti del Concilio Vaticano II. E tutto questo rientra in un più complesso problema di ignoranza teologica, dove anche i catechisti confidano nella propria preparazione personale (spesso frutto di mere rimembranze del catechismo che fu loro consegnato), magari ritenendo bastevoli quelle cognizioni dovute alla frequentazione di qualche movimento, cammino o carisma intra ecclesiale.
L’errore sta proprio nel non riconoscere i propri limiti da cui ripartire per poter rafforzare le proprie conoscenze e competenze, magari approfittando di iniziative diocesane di più largo respiro, scaturite da realtà più strutturate e consce dell’ ecclesialità universale. Invece, per molte realtà, ogni parrocchia è mondo a sé, tanto che le unità pastorali stentano a reggersi in piedi, a causa della visibile difficoltà di buttar giù le mura di difesa di quei feudi che sono state le singole parrocchie per secoli. È difficile concepire un’unità pastorale in un’Italia che in molte parti della Penisola non riconosce sé stessa come unità nazionale, dopo più di centocinquant’anni di storia patria. Figuriamoci in una situazione ecclesiale, dove il laicato è sempre stato abituato a essere pasciuto all’interno di un piccolo recinto, dove il solo vedere un fedele che viene da fuori, crea disagio. Tutto questo, in una “società liquida” come la nostra, non è più né attuabile, né attuale. La parrocchia che, come la Chiesa di cui è espressione locale, dovrebbe protendere per la comunione, il servizio e la missione. Purtroppo così non è: un conto è la sagrestia e un conto è il laos, cioè la piazza che sta fuori, dirimpetto al tempio. Antonio Fallico scrive un’importante riflessione nel suo libro e cioè che bisogna ricordarsi che se la Chiesa è di Istituzione divina, la parrocchia non lo è, perché è una realtà prettamente e completamente umana. E come tale ne va rinnovato il modello da proporre ai fedeli, parlando loro un linguaggio oggi estraneo ad essi.
La parrocchia non è più in missione, ma sta giocando in difesa, in una contrapposizione verso il mondo stesso, da far apparire quegli scarsi lumi di missione, come una specie di crociata contro gl’intendimenti del mondo. Non si comprende che l’arroccamento della Chiesa di Papa Pio IX, se all’epoca aveva un senso, oggi puzza di stantio. Il “laico medio”, oggi più che mai, ha bisogno di essere risvegliato dalla sua condizione di “sacerdote, re e profeta” che invece dovrebbe ricoprire in virtù del proprio battesimo. Il laico, invece, è dormiente proprio perché è ancora legato a quegli insegnamenti clericali in cui esso era considerato un suddito. Egli non sa (e forse non lo sa nemmeno qualche sacerdote) che vi fu un’evoluzione in questo senso: il laico non è più suddito, ma da collaboratore è addirittura diventato corresponsabile di una chiesa di cui è anch’egli sacerdote, in virtù del sacerdozio comune. Nella comunicazione tra chiostro e mondo, non è più pensabile un laico digiuno di ecclesialità, di cui la parrocchia si serve solo quando c’è da fare la questua per rifare il tetto della canonica. Come non è più pensabile a una parrocchia come dispensatrice di servizi, una specie di “supermercato dell’anima” cui rivolgersi solo in occasione di battesimi, comunioni, cresime, matrimoni e funerali. La parrocchia, come dicevamo, è in difesa e Antonio Fallico, da presbitero e parroco, titola la “prima piaga” del suo libro come “missione anemica”, ove la parrocchia presta molta attenzione ai pochi che frequentano il tempio e trascura i molti che vivono nel territorio. La sua domanda è: “ma la parrocchia non è nata per essere Chiesa tra la gente?”


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