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PLURALISMO RELIGIOSO E INTERCULTURA SCOUT. SECONDA PARTE. L’IDEA UNIVERSALE DI DIO E LA CATECHESI DELLA NATURA

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Giu 23, 2017 GIUNGLASILENTE 0 Comments

scout_14 Seconda premessa fondamentale, specie per i non addetti ai lavori sulla pedagogia dello Scoutismo, è il modo in cui l’idea di Dio viene trattata con i propri discenti. Stiamo ponendo qui le basi per un dialogo interculturale e interreligioso, problema tra l’altro, come vedremo, affrontato dal fondatore del movimento gigliato. B.P., da buono psicologo, insisteva nel dire che il ragazzo (questo è il “materiale umano” di cui si occupava) non è un “animale da banco”, ma un “animale” che vuole stare all’aria aperta: mentre segue le lezioni a scuola, spesso scalcia, perché la vita in lui è effervescente ed esplosiva. Tutte queste energie vanno convogliate e tenute saldamente alla briglia di un metodo educativo che sappia dosare il gioco con momenti di insegnamento anche alti, proposti però in un modo che non annoino il giovane: da questa convinzione, venne fuori uno dei moniti più belli e caratteristici del metodo scout: “tutto si fa col gioco, ma niente si fa per gioco”. Se la scuola, elemento fondamentale, segue l’istruzione del ragazzo (e della ragazza, ovviamente), lo Scoutismo cerca di dare ausilio alle famiglie, forgiando il carattere del ragazzo non solo verso principi sani, ma verso l’idea di verità e l’idea di Dio. Un conto però è tenere loro una lezione di alta teologia e un conto sarà invece proporre gli stessi concetti attraverso una favola, un racconto, un’attività avvincente. E la chiave della piena catalizzazione dell’attenzione sta proprio in questo. B.P. scrisse:

«Non vogliamo una specie di processione imposta ai ragazzi, ma una volontaria elevazione dei loro cuori in ringraziamento per le gioie delle vita, e un desiderio da parte loro di ricercare ispirazione e forze per un più grande amore e per il servizio del prossimo. Un servizio di questo tipo dovrebbe avere sul ragazzo un effetto pari a quello di qualsiasi servizio in Chiesa se nel condurlo ricordiamo che i ragazzi non sono come gli adulti e se l’organizziamo in modo che possa essere seguito dai più giovani e dami meno istruiti dei partecipanti. La noia non ha niente a che vedere con la pietà religiosa né genera alcuno spirito religioso. Per interessare i ragazzi il servizio deve essere una funzione festosa e varia. Inni brevi (tre strofe sono in genere sufficienti: mai più di quattro); preghiere comprensibili; un buon discorso di uno che capisca realmente i ragazzi (una chiacchierata familiare piuttosto che un sermone), che afferri i ragazzi e durante il quale essi possano ridere o applaudire a seconda della loro inclinazione, e che quindi li spinga ad interessarsi effettivamente a ciò che vien detto. Se un uomo non riesce a dire ciò che vuole a ragazzi attenti in dieci minuti merita di essere messo al muro! E se non riesce ad avere la loro attenzione, sarebbe meglio che non conducesse alcun servizio religioso». POWELL, Baden, Il libro dei Capi. Sussidi per il Capo nello Scautismo. Roma: Fiordaliso, 1999, 160 p., pp.145-146. Poco prima, B.P. aveva asserito: «I servizi divini, le preghiere, gl’inni e specialmente i discorsi rivolti ai ragazzi dovrebbero essere più brevi possibile. Colui che è capace di mantenere l’attenzione del ragazzo medio per più di sette minuti su un argomento è un genio». Ibidem, p.115

Fatta questa premessa, possiamo arrivare al punto: l’idea di Dio.
Lo Scoutismo, questo lo avremo capito, nacque per valicare ogni genere di confine: di nazionalità, di razza, di religione, ecc… Esso quindi fu concepito come metodo pedagogico che cercasse i punti che tutti i ragazzi del mondo possono avere in comune. La riuscita fu incredibile e tra questi punti in comune, vista la finalità finale del Movimento, vi è l’idea di Dio. Non Jawhè, non Allah, non il Dio di Gesù, non specificatamente un dio di una religione, ma Dio in generale. B.P. scavò nella comune voglia di risposte dell’umanità. Il fine escatologico dell’uomo è uno di questi punti in comune e la domanda su Dio accomuna tutte le culture. Il primo punto da affrontare sta nel modo in cui cimentarsi in un problema così dibattuto e così importante, specialmente verso bambini, ragazzi e ragazze che non hanno ben sviluppato questo tipo di sensibilità e di ricerca, perché ancora troppo occupati alla scoperta del mondo: la prima scoperta del mondo da parte dei bimbi e la seconda scoperta da parte degli adolescenti, quando la percezione dell’ambiente, dell’altro e del proprio corpo che sta mutando, cambiano radicalmente. Tutto è incentrato sulla percezione immediata di quanto ha la ventura (o a volte la sventura) di imbattersi nella voglia di scoprire di questi “piccoli uomini” e “piccole donne”, la cui voglia di fare esperienza è ancora troppo legata alle percezioni della corporeità, specialmente sotto l’influsso ormonale dell’adolescenza, quando il “gusto per la bellezza” elabora suoni, momenti ed emozioni legati a un “io” fortemente in progress. L’interrogativo sul perché della propria esistenza è già insito nel ragazzo e non va quindi inculcato, ma tirato fuori attraverso sollecitazioni esterne che suscitino il giovane individuo ad elevare i suoi sensi immediati. Baden Powell utilizza l’ambiente naturale non solo come scuola di vita, ma anche come catechesi che faccia risalire il ragionamento da quanto è creato a chi creò. B.P. è contrario ad un tipo d’insegnamento che leghi il ragazzo ad un banco extrascolastico: l’insegnamento deve entrare attraverso l’emozione, in cui il protagonista sia il discente stesso che possa interagire continuamente per convogliare le proprie energie e le proprie pulsioni. È impressionante quanto a volte il metodo scout si avvicini a quello montessoriano. Eppure B.P. non se ne ispirò. Il ragionamento verso cui stiamo andando non è a caso, ma è frutto di un genio educativo che trovò anche la strada per gettare le comuni basi di un pluralismo religioso. I tre passaggi seguenti sono una vera e propria pedagogia per comprendere le intenzioni di un uomo che non fu un teologo, che non si occupò di ecumenismo religioso, ma che ebbe delle intuizioni strabilianti per gli addetti ai lavori:

La religione vera non può essere insegnata come una lezione a una classe scolastica. È spaventoso pensare al numero enorme dei nostri ragazzi divenuti bigotti o miscredenti per l’incomprensione di questi concetti da parte dei loro insegnanti.

Per me la meraviglia delle meraviglie è che alcuni insegnanti abbiano trascurato [lo studio della natura], mezzo di educazione facile ed infallibile, ed abbiano lottato per imporre un’istruzione biblica come primo passo per condurre un ragazzo irrequieto e pieno di vita a pensare a cose più elevate. (POWELL, Baden, Il libro dei Capi. Sussidi per il Capo nello Scoutismo. Roma: Fiordaliso, 116 p., p.70).

Il terzo passo, comincia a rispondere alla domanda che ci poniamo in questo elaborato: è possibile un’intercultura nel metodo scout, specialmente per quanto riguarda l’aspetto religioso? L’intercultura è già intrinseca nel metodo, che nacque per questo. Il problema (che si pose anche il fondatore) è se sia possibile accostare persone di diverse fedi religiose in un unico consesso giovanile, in questo caso, ad esempio, un riparto o un clan (o un fuoco) . Se lo Scoutismo è religioso per nascita, come accostare le religioni? B.P. torna alle fonti della religiosità umana, in una pedagogia in crescita che parte dal comune sentire Dio:

Alcuni obietteranno che la religione dei boschi è anche la religione dei primitivi; ed in qualche misura ciò è vero. Essa rimonta al primitivo, all’elementare, ma al tempo stesso costituisce il terreno comune su cui si basano la maggior parte delle forme di religione: cioè l’apprezzamento di Dio e il servizio del prossimo. Ma in molti casi la forma ha talmente ricoperto la fede semplice originaria della natura da renderla quasi irriconoscibile. Abbiamo preso a giudicare una religione più o meno come, se siamo un po’ “snob”, giudichiamo una persona dal suo vestito. […] Eppure la forma originaria della religione è così semplice che un bambino può capirla; un ragazzo può capirla; uno scout può capirla. Viene dall’interno, dalla coscienza, dall’osservazione, dall’amore e pervade tutte le azioni del ragazzo. Non è una formalità o un ambito dogmatico indossato all’esterno e portato la domenica […]. Non voglio dire con questo che dobbiamo distogliere un ragazzo dalla religione dei suoi padri: lungi da ciò. Lo scopo è dargli un fondamento migliore per quella fede incoraggiando in lui percezioni che egli possa comprendere. (ta 92-93)

B.P. ha da dire anche verso la possibilità dell’irreligiosità:

Irreligiosità: avere una tendenza a trascurare la parte religiosa? Usando le meraviglie della natura come tramite, portate i ragazzi a rendersi conto di Dio creatore, e con le Buone Azioni e il Servizio ad esprimere amore per il loro prossimo. (TA, 144)

Con un guizzo di poesia, infine, il Chief scrive:

Qui, tra le nevi eterne, faccia a faccia con la natura nella sua forma più grande e più sublime, [i rover] devono essersi sentiti in contatto più stretto col Creatore Onnipotente e come in una nuova atmosfera, molto al di sopra del frastuono provocato dall’uomo dal volgare squallore della città.( POWELL, Baden, Cittadini del mondo. Scritti sulla pace. Roma: Fiordaliso, 2003, p.81)

Giunti a questo punto, anche solo attingendo a poche fonti del fondatore, risaltano gli elementi centrali dell’idea di Dio e di come arrivarci: un’idea semplice, una catechesi presa dagli elementi del tribalismo che egli conobbe così a fondo (POWELL, Baden, La mia vita come un’avventura. Roma: Fiordaliso, 2003, p.538 i libri di B.P.), rimanendo sorpreso dalla religiosità, dal rispetto per l’ambiente e verso il prossimo di tribù forse non così primitive come sono raffigurate dall’immaginario collettivo. È ovvio che la base comune di quest’idea di Dio dovrà poi svilupparsi in concetti sempre più complessi e profondi, seguendo la maturazione personale, culturale e la sensibilità dei ragazzi che, mano a mano che cresceranno, si porranno interrogativi sempre più stringenti su Dio. In un’epoca dove la multimedialità ha preso il sopravvento e in cui il frastuono delle città impediscono la comunicazione vera ed efficace, non meramente funzionale, ma intima, un cerchio di persone in mezzo alla natura, un buon fuoco scoppiettante e una favola ad effetto impreziosiranno la catechesi su Dio. Le favole hanno fatto presa da sempre nell’animo dell’uomo e forse anche per questo le nuove favole, quelle moderne, quelle dei cinema e dei film, hanno così successo: sono storie la cui narrazione è consegnata alle immagini. Si faccia caso al momento in cui, in un film di forte impatto emotivo e di fantasia (ad esempio il “Signore degli anelli” o “Harry Potter”) certi personaggi, con tonalità grave, cominciano a raccontare una storia: la sala si quieta all’improvviso, dando luogo ad uno dei momenti di concentrazione più alti. Da sempre la narrazione di una favola colpisce l’immaginario sia dei bambini, sia degli adulti. L’esperimento di Don Annunzio Gandolfi, sacerdote scout recentemente scomparso, è sintomatico e il suo libro sulle leggende scout (GANDOLFI, Annunzio, Fuoco di bivacco. Storie di leggende scout. Roma: Ancora, 1988, 160 p.) è rimasto nel cuore di educatori ed educandi, appunto perché dette un enorme valore aggiunto ai fuochi di bivacco scout. Parlare di morale, di valori e infine di religione e di Dio in maniera accademica senza l’ambiente favolistico, così importante anche per i rover e le scolte che ormai lasciano l’adolescenza per affacciarsi verso la loro giovane età adulta, è un togliere il filtro dell’intesa nella comunicazione tra Capo e ragazzo. Non dimentichiamo che in questa pedagogia non vigono il banco da scuola, le lezioni e gli esami con il voto, curando quindi la mera istruzione, ma si guarda la persona nella sua integralità: s’insegna con il contatto umano, con l’incontro, con lo stare insieme e con un “trapasso delle nozioni” efficace, dove le nozioni in questione sono ricordate perché permeano completamente la persona, chiamandola a una profonda riflessione interiore che muove a un nuovo ascolto e a un donarsi a sua volta nel restituire quello che ha ricevuto, attraverso l’ elaborazione personale. Dio non è più visto in maniera fumosa come in una (purtroppo e spesso) sciatta ora di religione fatta a scuola nell’ora del catechismo che è visto come una sorta di “dopo scuola” dell’obbligo, dove bambini e ragazzi sono chiamati dopo ore e ore di banchi di scuola. Qui non esistono più lo “stai seduto, zitto e ascolta”, ma la partecipazione è viva e il contatto con il coetaneo viene percepito come libero e sincero, in un’espressione di sé che non è più condizionata da “mura istituzionalizzate” e dove il “precettore” ride, gioca e scherza con loro (Vogliamo qui ricordare che il Capo Scout, specie se brevettato, non è un animatore qualsiasi, ma un educatore preparato nel Metodo Scout, che conosce psicologicamente i suoi ragazzi uno ad uno, studiandoli e misurando la loro crescita tecnica, culturale, umana e spirituale senza che essi se ne accorgano e senza la tensione del “risultato all’esame”. Qui, infatti, l’esame è continuo, come nella vita, ma filtrato dall’occhio vigile e innamorato del Capo: un amico, un fratello maggiore, una figura di riferimento). Sentendo il prossimo così vicino, sentendo che gli insegnamenti sono “emozioni a pelle”, Dio non sarà più lontano, ma vicino e personale: nell’ambiente naturale, dove le sovrastrutture umane sono ormai lontane, finalmente si potrà dare spazio alla vera comunicazione, dove anche la preghiera, che sgorgherà spontanea, sarà sotto il tetto della più bella cattedrale mai costruita: la creazione.


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