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INVERNO 1944

da | Gen 7, 2022

Inverno 1944

Nel lager “Rottwall” A/N tutto sembrava procedere nella normalità; dalle baracche uscivano ovattati melanconici canti e brusii di voci. Erano i deportati di tutti i paesi europei che alla sera appollaiati su rudimentali panche rivolgevano il pensiero alle loro case: erano italiani, francesi, olandesi, russi, polacchi ed armeni.

Fuori la neve cadeva lentamente. Ad un tratto un portone si aprì ed uscirono armati di tutto punto i nostri carcerieri: le tristemente famose “SS”. Erano tanti i soldati che in brevissimo tempo accerchiarono alcune baracche abitate dai polacchi. Fecero uscire tutti come si trovavano e con le mani dietro la schiena. Schierarono sul piazzale 45 giovani. Dalla torretta centrale un faro illuminò la scena a giorno.

Che cosa stava succedendo? Perché tutta quella messa in scena? Tutti noi ci chiedevamo cosa significasse quella parata.

Era stato compiuto un sabotaggio ed una SS aveva creduto di individuare l’autore in un polacco; ma poiché non era possibile ricercare il vero colpevole procedettero alla decimazione come loro consuetudine.
Furono scelti, con la funebre conta, dodici giovani. Era freddo e non ci fu pietà per nessuno di loro: con i mitra spianati imposero a questi martiri di consegnare loro tutto quanto avessero: vestiti, documenti, orologi ecc. e ad uno ad uno furono spogliati di tutto.

LO SPIRITO SCOUT RICORDO DEL CAMPO Dl CONCENTRAMENTO

A un certo punto però, mentre un sottufficiale perquisiva il portacarte di un giovane polacco avvenne qualcosa di strano: il tedesco cominciò ad inveire verso il deportato e, accompagnandolo con calci e schiaffi, lo allontanò dal gruppo. Il giovane naturalmente, terrorizzato dalla paura scappò nel buio tra il dedalo delle baracche. Gli altri purtroppo ebbero poco tempo per riflettere che già erano sui camion sigillati, per fare il loro ultimo viaggio.

Il polacco allontanato dal gruppo era un mio amico, veniva da Varsavia dove abitava con i genitori ed una sorellina, dei quali non sapeva più nulla. Era un bravo ragazzo con tutti e di conseguenza fu naturale organizzare un piano per tenerlo nascosto. Lo rintracciammo semi assiderato vicino ai reticolati dell’alta tensione: lo trasportammo nella nostra baracca e riuscimmo a farlo riavere. Lo nascondemmo tra i pagliericci e lì trascorse la notte.

La mattina per una fatalità che spesso si verificava nel campo a causa di qualche individuo privo di carattere e di fede che vendeva ai carcerieri i propri compagni, il sottufficiale seppe che il polacco era nella mia baracca e non appena la vita mattutina ebbe inizio apparve alla porta. Noi volevamo tenere ancora nascosto l’amico polacco, ma egli non volle rischiare a vita dei suoi salvatori e si presentò a testa bassa davanti alla SS pronto alla sua sorte.

A questo punto nel silenzio più assoluto, sotto gli sguardi attoniti di alcuni di noi che si trovavano nella baracca, il tedesco tirò fuori dal taschino un cartoncino e consegnandolo all’amico polacco gli disse:”In gioventù anch’io ho fatto parte dell’associazione tedesca, poi le cose sono cambiate e così molti dei giovani di allora se ne sono dimenticati. Buona fortuna!”.

Il deportato guardò il cartoncino e lentamente le lacrime scesero dai suoi occhi: era la tessera degli scouts polacchi che il tedesco aveva tolto dal suo portafoglio mentre lo perquisiva.

Nel momento in cui tutto il mondo era proteso alla più crudele lotta per la sopravvivenza, quando la vita dipendeva quasi sempre dal numero di pallottole che uno aveva a disposizione, il nobile spirito scout aveva fatto un miracolo.

 

dal diario di guerra di Alfredo Cioni

Questo brano è stato tolto dal libro “Scout a Pontedera” scritto dal nostro socio Paolo Gori assieme a Luigi Giani. Copie dell’interessante testo storico si possono acquistare contattando
gli autori
. Il racconto è stato a sua volta estrapolato dal sito di Esperienze e Progetti.

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