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UN DIO SOLO, MA TANTI MODI DI CONCEPIRLO. PLURALISMO RELIGIOSO E INTERCULTURA SCOUT. TERZA PARTE

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Giu 24, 2017 GIUNGLASILENTE 0 Comments

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UN DIO SOLO, MA TANTI MODI DI CONCEPIRLO: PROBLEMATICHE DI PLURALISMO RELIGIOSO E DI INTERCULTURA

Quando si parla di storia dello Scoutismo, riferendoci specialmente a quello cattolico italiano, la memoria richiama le gesta di uomini e donne della storica A.S.C.I. (Associazione Scoutistica Cattolici Italiani) e dell’A.G.I. (Associazione Guide Italiane): intendiamo quindi sempre e comunque lo Scoutismo Cattolico, dove non c’erano problemi d’identità religiosa, anche perché nella piccola Italia non c’era una presenza così importante di “stranieri” con il loro Dio, la loro religioni, i loro usi e i loro costumi. Poteva accadere che chi a qualsiasi titolo non si sentiva né cristiano, né cattolico, ma volesse comunque provare l’avventura dello Scoutismo, s’iscrivesse presso il C.N.G.E.I. (Corpo Nazionale Giovani Esploratori Italiani), dove tra l’altro militò anche il giovanissimo Umberto II di Savoia. Ogni realtà religiosa deve dunque fondare un’Associazione a sé? E se un ragazzo di un’altra religione volesse vivere lo Scoutismo non avendo vicino un gruppo scout che confessi la sua religione, cosa dovrebbe fare? Rinunciare a questo suo desiderio? Del resto chi è questo ragazzo? Chi è questo “altro da noi”?

L’altro da noi

Oggi viviamo gomito a gomito con una presenza “altra da noi”, spesso con una cultura (anche religiosa) molto diversa dalla nostra e che spesso riesce ad integrarsi a stento; spesso la convivenza, come da continui fatti di cronaca, sfocia in momenti di conflittualità, perché ancora la tolleranza non è sfociata in vera e propria integrazione culturale. Anche nello Scoutismo, specialmente in quello Cattolico, inizia a iscriversi l’ “altro da noi”. La prima domanda che dobbiamo porci è: chi è questo “altro da noi”? Chi è questo “straniero” che si affaccia nella nostra realtà? La figura dello straniero non è sempre accettata, perché portatrice di una profonda novità che potenzialmente può interpellare al cambiamento alcune certezze su cui fondiamo la nostra identità societaria, culturale, familiare e individuale. Far spazio a una persona significa cambiare gli assetti spaziali stessi, spostarsi per far posto, interagire diversamente, tenendo conto di una nuova presenza che ha da dire qualcosa. Nella “canzone del Piave” “non passa lo straniero”, perché esso è visto come invasore, come occupatore di un suolo non suo, come usurpatore e pericolo per l’esistenza di chi “sta già”. Oggi gli austriaci non sono più così stranieri, perché concorrono con noi italiani verso uno stesso bene comune, anche se solo economico o di una realtà più grande come l’Europa unita. Fino a trent’anni fa lo straniero era considerato anche il napoletano al centro-nord. Per certi anziani del Centro Italia, tanti anni fa, se si era del Sud si era Napoletani o Siciliani: non si distingueva granché e per quello che si sentiva poi alla televisione o si leggeva nei giornali o per il semplice sentito dire, le immagini della mafia e della camorra colpivano così fortemente l’immaginario collettivo, da tacciare per mafioso o camorrista chiunque venisse dal Sud. Quest’immagine l’abbiamo anche noi italiani in certi paesi dell’Estero, dove l’italiano è visto come il “leggerone” che ama cantare, mangiare gli spaghetti e la pizza, che non ama lavorare e che, a volte, è mafioso. Da noi, ora, in Italia, vige l’idea del rumeno (quella dell’albanese sta un po’ scemando) che è zingaro, ladro, assassino solo per il suo essere rumeno: dei rumeni non ci si deve fidare perché chiedono la carità e non amano lavorare. Di nuovo siamo di fronte a delle costruzioni mentali che variano da posto a posto, da situazione, a situazione. L’italiano si fa beffa dello spagnolo che, a dir nostro, termina tutte le sue parole con la lettera “esse” e lo spagnolo si diverte a prendere in giro l’italiano che, a dir suo, termina immancabilmente tutte le parole con la lettera “i”. Il tedesco, durante la seconda guerra mondiale, era il nemico e se ancora parliamo dei tedeschi a certi nostri anziani ancora in vita, avranno brutti ricordi su quel che accadde e quindi un brutto ricordo di questo straniero, così diverso da noi, che parla una lingua incomprensibile e che ci odia. Oggi la Germania è tra le più grandi interlocutrici dell’Italia e se negli anni ’40 c’era Hitler a mettere a ferro e fuoco l’Europa, adesso un altro tedesco, Benedetto XVI, lotta per la pace e per l’uguaglianza dei popoli nel nome di Cristo: uno era lo straniero per l’eccellenza, l’altro è visto come “uno di noi”. Giovanni Paolo II, appena eletto Papa, sottolineò di venire “di un paese molto lontano” (sic). Ora i polacchi, a causa di quel grande Papa, sono visti come persone molto vicine e non sono considerati nel novero degli stranieri. Viene allora da domandarci chi sia veramente lo straniero.

Detto questo, ora ad esempio sono considerati come stranieri i rumeni e gli albanesi, nonché i vari profughi che arrivano qui in Italia. Sembra che ci sia un confine che ci dica di volta in volta chi è lo straniero e chi invece è considerato l’autoctono, o quantomeno l’amico, quello “di casa”. Questa estraneità, questo essere “allogeni”, è quindi molto relativa e soggetta alle mutevolezze del tempo e delle situazioni. Del resto nessun popolo può dirsi “razzialmente e culturalmente puro”, ma tutti siamo figli di mescolanze che nei secoli furono causate da migrazioni, guerre, e contingenze, le più disparate. È ovvio che sia più comodo e che si fa prima a rifiutare il rapporto con questo tipo di alterità, piuttosto che interpellarla, farsi interpellare e “perder tempo” a cercar di comprenderne le ragioni. Vediamo allora come la figura dello straniero, alla fine, sia in realtà così fumosa da dover cercare di definirla, anche se vedremo che non è così facile.

L’Antica Grecia viveva in un alveo culturale di spiccata philoxenia (l’amore per lo straniero), dovuta ad un’accesa philantropia: esse erano virtù imprescindibili dell’uomo onesto e del buon politico, esaltate nella letteratura e nella filosofia da Esiodo, Escilo, Platone e Aristotele. Lo straniero era assimilato al parente ed era un delitto assalirlo; esisteva addirittura un altare a Zeus Xenios, di fronte a cui gli stranieri potevano pregare per chiedere protezione: qui lo straniero era intoccabile, perché avvolto da un alone di sacralità. Lo straniero era accolto anche perché era portatore di novità: erano gli stranieri che portavano nelle città le voci dal mondo, narrando tutto quello che avevano visto e incontrato durante il loro cammino. Quella bocca che mangiava il cibo dell’ospitalità, restituiva la voce della novità. Era chiaro che lo straniero era consigliato a tenere delle regole di condotta minime, non obbligatorie ma comunque da tenere in considerazione come forma di rispetto per il tipo di realtà che aveva aperto le sue porte all’ospitalità. L’Iliade e l’Odissea sono piene di viaggi e di momenti di ospitalità, cosa che cambierà con l’Eneide, perché Enea è lo straniero che, venuto da una terra molto lontana dove non poteva più stare, ruppe gli equilibri degli autoctoni, non senza sofferenza, per formare una nuova civiltà la quale, figlia esule di una Ilio sopraffatta, per la “legge del contrappasso” espugnerà e conquisterà il mondo allora conosciuto presentandosi come potente straniero che sottometterà gli altri al proprio diritto giuridico. Per gli Ebrei lo straniero non poteva passare inosservato, ma essendo essi stessi stati esuli per lungo tempo, compresero che esso doveva essere rispettato, perché sacro come quei tre stranieri che si presentarono alle querce di Mamre di fronte ad Abramo, che comprese subito l’importanza di quella visita. La non ospitalità era vista male presso gli Ebrei: Sodoma e Gomorra pagarono a caro prezzo il loro rifiuto verso la visita degli angeli, volendo addirittura abusare di loro. Gesù stesso, nascendo in terra d’Israele, fu lo straniero per eccellenza e la sua morte per crocifissione sarà la morte riservata allo straniero, al non romano, all’inferiore, all’esule; la Chiesa di Cristo, a sua volta, sarà la Chiesa degli stranieri, dove essendo tutti tali, nessuno più sarà chiamato straniero (cf. Col 3,11). L’Islam, a sua volta, suddivide il genere umano in tre grandi gruppi, ponendo una diversa accettazione del diverso e dello straniero: ci sono i dhimmi, che è la “gente del libro”: gli ebrei e i cristiani. Per essi valgono tutti i diritti dell’ospite e così fu, ad esempio, nella “Spagna multiculturale” prima del 1492. Prima dei dhimmi ci sono i fedeli dell’Islam e infine vi sono gli infedeli, gli stranieri per eccellenza, che non godono del diritto dell’ospitalità. Ovunque però l’ospite, pur essendo accettato e rispettato, era interrogato circa i motivi che lo avevano condotto e su quale fossero i motivi del suo viaggio. Anticamente, chi intraprendeva un viaggio o era un commerciante o comunque qualcuno che perseguiva un interesse, oppure un esule, un errabondo o magari un nemico mascherato da amico, da cui ci si poteva aspettare qualcosa di male. Superata la prova, l’ospite perdeva il suo carattere di sacralità ed era integrato più profondamente nella società costituita, perché ritenuto elemento di ulteriore arricchimento della civiltà locale. Quando però la legge dell’ospitalità veniva violata, lo straniero, da ospite, diventava hostis e cioè il nemico. Ecco perché in latino il termine hostis definiva sia lo straniero sia il nemico e l’ospite. Quest’ambivalenza generò anche un conflitto di senso, quando si parlava di ospite e straniero: quel conflitto di senso che fa confondere anche noi stessi. È comunque vero che l’altro, in qualità di estraneo, affascina, ma allo stesso modo fa paura ed è insieme ospite e nemico: non l’uno o l’altro. Lo xenos è diverso dal barbaros, figura che rappresenta il rovesciamento completo, il disvalore, verso cui sono autorizzati rifiuto e violenza. Se ancora oggi non sappiamo se accogliere lo straniero o rifiutarlo e se, avendolo accolto, comunque lo osserviamo per vedere se si meriti l’accoglienza, è causato anche e proprio da questo conflitto di senso, che ci anticipa di qualche buon secolo. Si dice che “l’ospite è sacro, ma se ne deve andare”, altrimenti diventa qualcos’altro: il nostro mondo occidentale, che per secoli si è espanso per conquiste, scoperte geografiche, rotte commerciali e colonialismo, ora subisce il riflusso di popoli che anch’essi vogliono star meglio e che, come noi duecento anni fa, vanno alla ricerca dell’Eldorado. Alcuni di costoro riuscirono ad approdare presso le coste del Vecchio Continente e hanno fatto comprendere subito di non essere normali ospiti, ma persone che hanno deciso di piantare le loro radici su un suolo non loro, portando l’altrove dei loro usi e costumi. Il fascino dell’esotico di cui gode il turista occidentale per brevi momenti e in altri continenti lontanissimi, approda ora nelle terre dei nostri padri: per questo perde il suo fascino e diventa spesso una presenza ingombrante. Al momento anche in Italia abbiamo più presenze minoritarie che sono immerse nella maggioranza autoctona: una realtà di fronte all’altra che spesso non comunicano e che non s’ interculturano, non si integrano, non parlano. L’ospite, lo straniero, piano piano, si affaccia anche presso il panorama scout e l’educatore deve adesso “giocare il suo gioco”.

La sedia un passo indietro

Le sigle di alcune associazioni scout presentano una “C”: quella di “Cattolica”. Essa definisce un’appartenenza strettissima al Credo della Chiesa Cattolico Romana. Ci domandiamo se questa “C” possa essere precludente nei confronti di chi non sia cattolico. Molto rappresentativo è l’esempio di quel ragazzo che aveva camminato e gioito tutto il giorno della bellezza della Natura e del gusto dell’amicizia, insieme al suo clan di coetanei. A un certo punto, giunti in un rifugio, tutti si misero seduti in cerchio attorno a una tavola e qui l’Assistente Ecclesiastico iniziò a fare una chiacchierata spirituale, dove forse c’era anche qualche preghiera insieme. In questo frangente, il ragazzo se ne stette con la sedia un passo indietro rispetto le altre, in silenzio. Finito il momento spirituale, egli spiegò di non trovarsi al momento nella posizione spirituale e di fede ideali, che in quel momento aveva preferito starsene “un passo indietro” (non in disparte) e che comunque era venuto in quella route per condividere quell’esperienza bellissima insieme ai suoi amici. Nessuno lo giudicò, nessuno gli chiese spiegazioni, ma il gioco continuò, nella reciproca stima e nella ferma volontà di voler vivere insieme quell’avventura. Il rispetto reciproco, l’intelligenza e l’amicizia vinsero quell’ostacolo e a distanza di anni da quell’evento, si racconta che quel ragazzo si sia avvicinato alla fede molto più degli altri. In questo caso si trattava di un educando che aveva bisogno dei suoi tempi e che non aveva in sé differenze sostanziali. L’Assistente Ecclesiastico dovette solamente rispettare i tempi del ragazzo, aiutandolo a rimuovere da solo quegli ostacoli che gli impedivano di vivere una fede vera e concreta come gli altri. Ma se si fosse trattato, ad esempio, di un islamico? Baden Powell, in qualche modo, aveva previsto la problematica:

Lo Scautismo è una fratellanza; cioè un Movimento che non fa alcun caso, in pratica, a differenze di classe, religione, nazionalità o razza per lo spirito indefinibile che lo pervade, lo spirito del gentiluomo di Dio (POWELL, Baden, Il libro dei Capi. Sussidi per il Capo nello Scoutismo. Roma: Fiordaliso, 116 p., p.105).

Questo è il fondamento di quanto stiamo per asserire. Da questo B.P. poté costruire la sua intercultura scout:

Esistono molte religioni: la cattolica romana, la protestante, l’israelitica, l’islamica, e molte altre. Ma il punto principale è che tutte adorano Dio, benché in diversi modi. Sono come un esercito che serve a un re, benché sia suddiviso in armi diverse, come la cavalleria, l’artiglieria, la fanteria, che portano uniformi diverse. Così, se incontrate un ragazzo di religione diversa dalla vostra, dovrete non essergli ostili, ma invece riconoscere che anche lui è un soldato del vostro esercito, in un’uniforme diversa dalla vostra, ma al servizio dello stesso re. (SR, 308)

In modo molto umano, riducendo le religioni, ai minimi termini di sacralità e di morale, B.P. cercò di accomunare i diversi credo nel reciproco rispetto e accettazione:

Quando incontri un ragazzo di una religione diversa dalla tua, non devi mostrarti ostile nei suoi confronti; anzi devi riconoscere che egli è come un soldato del tuo stesso esercito, per quanto in uniforme differente, e che è al servizio del tuo stesso Re. In Scautismo per ragazzi ho dato una piccola definizione della religione, che è estremamente chiara e semplice. La religione non è che: -primo: credere in Dio; -secondo: far del bene a l prossimo. Ecco altre due o tre semplici definizioni della religione che persone che si interessano di noi scouts mi hanno gentilmente inviato: -la religione è vita, non un insieme di cerimonie; -la vera religione è preoccuparsi concretamente per gli altri e vivere santamente noi stessi; -l’essere utili agli altri è l’affitto che paghiamo per il nostro alloggio su questa terra; -finché non cessiamo di vivere solo per noi stessi non possiamo dire di aver cominciato a vivere. I nostri scouts appartengono a tutte le religioni; molti di essi provengono dai quartieri delle grandi città dove non si pratica nessuna religione, ed alcuni appartengono a religioni in cui il giorno del Signore è il sabato anziché la domenica. Ma tutti servono lo stesso Dio, e la prima promessa che hanno divenendo scouts è di compiere il loro dovere verso Dio, che è quindi il primo dovere di uno scout. (TA, 23)

Tutto questo ci serve per arrivare al nocciolo della questione:

Supponiamo, ad esempio, che una dirigente delle Guide, di religione musulmana, venga in Inghilterra e tenga ad un gruppo di Guide un discorso, nel corso del quale essa citi Maometto come l’unico divino maestro, e questo nonostante che coloro che l’ascoltano siano credenti in Cristo. Come considerereste il suo gesto? Forse mancante di tatto, o insultante, o come espressione di fanatismo. Certo non sarebbe un gesto molto gentile, e tanto meno in armonia con l’articolo della nostra Legge, che parla della cortesia. Eppure ho saputo di drigenti di Guide e di Scouts di religione cristiana che hanno fatto esattamente la stessa cosa in presenza di ebrei o di induisti o di persone di fede diversa, e queste da parte loro, troppo educate per muovere obiezioni, e ciò nonostante imbarazzate da un simile modo di agire, hanno dovuto adattarsi alla situazione. Una volta, ad una riunione nella quale si teneva uno “Scouts’Own” con la partecipazione di persone di fede diversa, un oratore evitò con cura di riferirsi troppo a Cristo, e fu accusato da alcuni presenti di averLo rinnegato. Egli si difese dicendo che riteneva piuttosto di essere stato fedele a Cristo mostrando un rispetto cristiano per i sentimenti di altri che, insieme a lui e nello stesso modo, erano figli di un solo Padre, sotto qualunque forma essi rendessero omaggio a Dio. (POWELL, Baden, Cittadini del mondo. Scritti sulla pace. Roma: Fiordaliso, 2006, 106 p., pp.63-64)

Baden Powell non sta parlando di rinunciare a parlare di Dio e non sta rinunciando alla dimensione spirituale dello Scoutismo, ad esso intrinseca: se dicessimo questo, tradiremmo i suoi scritti e nuovamente, per l’ultima volta, citiamo quanto ha da dire B.P. in proposito:

Finché non baseremo la nostra educazione su un fondamento più spirituale, invece di accontentarci della pura accademia, e ci occuperemo più della formazione del carattere, che del livello delle conoscenze, avremo solo una patina. ( POWELL, Baden, Lessons from the Varsity of Life. Flemington (New Jersey, Usa): Stevens Publishing, 1992, 336 p., p.305)

Non parlare di Dio per paura di offendere qualcuno non è in linea con quanto insegnò B.P. Il Metodo Scout si trova di fronte ad una sfida educativa che non può bypassare con il silenzio e con la rinuncia a qualcosa di così prezioso come il parlare di Dio. Se da un lato la preghiera individuale e il raccoglimento sono momenti preziosi per la persona, d’altro canto la diversità di religioni all’interno dello stesso gruppo, dello stesso clan, ecc.. devono essere visti come occasioni di crescita e di confronto e non certamente come pastoie che rallentano la spiritualità di una religione o dell’altra. Se pensiamo questo, partiamo con il piede sbagliato e non gettiamo il cuore “aldilà dell’ostacolo”, come insegnò il fondatore. Lo Scoutismo in sé accomuna tutte le culture e le religioni e non è nato per porsi barriere: questo lo capirono tutti quei regimi dittatoriali che invece, ponendo confini ben precisi come quelli nazionali, politici, razziali e di libertà di pensiero, soppressero sempre questo metodo educativo, giudicato molto pericoloso per le sue idee di apertura mentale e di fratellanza. Se da una parte è vero che certe religioni, certi usi e costumi sono davvero distanti tra di loro, dall’altra i bambini non tengono conto di differenza alcuna, perché ancora non sono stati impregnati di sovrastrutture sociali e i ragazzi e le ragazze non giudicano invincibili queste differenze. Il bello sta proprio in questo: la differenza arricchisce e ascoltare l’altro che parla di sé liberamente, con la sicurezza di non essere giudicato da un “fratello di strada”, fa scaturire in sé la voglia di conoscersi meglio. A giudizio di chi scrive l’arma vincente è quella del considerare ogni differenza “inter pares”: in quest’ambito di educazione non si giudica quale religione o quale costume siano migliori, ma si accetta la differenza come frutto di una diversa sensibilità, imparando a conoscerla e a rispettarla. Non si è per forza migliori se si è numericamente superiori, perché le contingenze della vita potrebbero mutare lo status quo. Si dovrebbe piuttosto inculcare la verità del fatto che la forza sta nelle idee e che tra più idee diverse, la migliore potrebbe essere l’incontro di queste. I modi per far comprendere questo sono moltissimi ed hanno il limite della fantasia e della capacità pedagogica: se Baden Powell puntava moltissimo all’educazione tramite l’ambiente circostante, non sarebbe difficile, ad esempio, nell’imbattersi in un arcobaleno, far notare agli educandi che esso non sarebbe tale e così bello se fosse di un colore solo. L’ambiente favolistico, dell’esempio personale, della natura con le sue sorprese, le citazioni letterarie, gli esempi di vita vissuta e il dialogo costante e fattivo possono aprire la mente ad una intercultura prolifica e non fine a sé stessa, ma sempre protesa ad un’apertura non solo orizzontale, ma alla dimensione verticale di trascendenza. In tutto questo il sedicente ateo o l’agnostico saranno chiamati in causa dall’interrogativo degli altri, che ascolteranno a loro volta i motivi di chi non crede. Il caso del non credente è particolare in sé, perché non ha il fondamento di una fede in Dio, né in alcuna categoria di trascendente. Se l’educando non vorrà parlare del problema, magari perché afferma di non esserne interessato, non dovrà essere spinto a farlo: egli farà le normali attività scout che di per sé, spesso, spingono l’individuo a porsi le domande di fondo. Basterà solo questo, nel massimo rispetto delle scelte e delle convinzioni personali: nei momenti di spiritualità, anzi, la sedia un passo indietro sarà anch’essa una testimonianza, l’eco di una diversità da non sottovalutare e da abbracciare in un movimento educativo che fu studiato per tutti. L’ateismo o l’agnosticismo non saranno a loro volta barriere per la comprensione reciproca, ma la dimensione morale di fondo sarà il fondamento comune su cui costruire un viversi ed accettarsi in un abbraccio dove l’amore verso il prossimo è elemento in cui tutti si riconoscono indistintamente. Si sottolinei anzi che la diversità è intrinseca nell’essere umano, che su questa fonde la sua individualità: il Movimento Scout non è una sorta di “balillismo” che uccide la diversità, ma il gruppo di pari, la sestiglia, la squadriglia o la pattuglia, è fondato su tante diversità che convergono verso un fine comune e condiviso.

Lo stesso camminare per monti e per valli, testimonia la diversità dei paesaggi che mutano anche in natura, dove ogni panorama manifesta la sua peculiarità e il suo intrinseco fascino. Gli stessi animali del “libro della giungla” di R.Kiplyng si dicevano amichevolmente, pure nella diversità delle specie, “siamo dello stesso sangue, tu ed io”: in questo libro, pur non tenendo conto dell’idea di Dio, vengono comunque insegnati valori come quello dell’amicizia, dell’amore, della fratellanza, del valore, della famiglia, dell’onestà e della cortesia e dei valori che fondano la società. È molto meglio tutto questo che magari tirare un ragazzo ateo o agnostico verso una religione o verso l’altra: una scelta che non farebbe che testimoniare la divisione. Lo Scoutismo di Baden Powell invece vuole che tutti siano indistintamente uniti. Al “tu non credi perché non capisci”, e al “Maometto è l’ultimo profeta e Cristo non è il figlio di Dio”, si sostituirà un “parlami di te e di quello in cui credi” e “parlami di Maometto”, “parlami di Cristo”, “parlami del Dio come lo concepisci tu”. Si troveranno moltissimi punti di contatto intorno cui discutere e si comprenderà che non per forza quello che è differente dal nostro mondo è per forza tutto sbagliato. Se così non fosse, i tentativi di dialogo interreligioso e di dialogo ecumenico (perorati tra l’altro anche da B.P.) non avrebbero ragione d’esistere.


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